Apro questa discussione con una frase di di Malatesta "non ci puo essere anarchia senza socialismo".
Da sempre mi sono chiesto come credo tanti altri , che differenza c'è tra anarchia e comunismo.
Vorrei aprire una discussione qui con altri compagni , molti compagni "escluso gli stalinisti" sostengono che il fine è la scomparsa di un governo , solo che per il comunismo questo può avvenire solo dopo un periodo di dittatura del proletariato (a guardia vigile che non riprenda il sovravvento qualche "nemico del popolo") che pian piano andrà a scemare fino ad arrivare ad uno stato di anarchia quando la sua utilità non servirà piu.
Compagni anarchici dicono che se si instaura un così detto governo comunista o dittatura del proletariato sempre ci sarà un governo che potrà fare leggi a suo uso e piacimento e che ci puo esserre il rischio che il popolo non sia sovrano , quiondi è meglio un rovesciamento si violento del sistema e governo capitalista ma senza crearne un'altro.
A me a dire il vero mi si intreccia un po il cervello a trovare quale potrebbe essere la soluzione migliore , ma piu che di soluzioni volevo sapere quale linea di distinzione c'è tra anarchia e marxismo.
anarchia e comunismo
secondo me uncambiamento radicale avviene solamente quando è la base popolare che spinge per la propria liberazione.Le avanguardie non hanno mai conciliato le mire egemoniche-partitiche con le esigenze del popolo.Non bisogna fare l'errore di entrare nel circolo vizioso del prima per il dopo ne resteremmo fregati come è successo a quella parte della C.N.T.che ha patteggiato l'entrata nel governo socialista credendo di avere poi la forza per poter cambiare lo stato e sappiamo tutti come è andata a finire. La differenza tra Anarchia e marxismo risiede nella formula movimento o partito. Un Abbraccio A tutti i Libertari
...secondo noi il
...secondo noi il proletariato, una volta impadronitosi dello stato dovrà immediatamente distruggerlo, in quanto eterna prigione delle masse popolari; ma secondo la teoria del signor Marx, il popolo non solo non deve distruggerlo, ma deve invece confermarlo e rafforzarlo e rimetterlo in questa forma a disposizione dei suoi benefattori, tutori e maestri, capi del partito comunista, vale a dire del signor Marx e dei suoi amici che solo allora cominceranno a liberarlo a modo loro.
(...)
Così da qualsiasi parte si esamini questa questione si arriverà sempre allo stesso spiacevole risultato: al governo dell'immensa maggioranza delle masse popolari, da parte di una minoranza privilegiata. Ma questa minoranza - ci dicono i marxiani - sarà di lavoratori. Si certamente, di ex-lavoratori, i quali non appena divenuti governanti o rappresentanti del popolo, guarderanno il mondo del lavoro manuale dall'alto dello stato.
Non rappresenteranno più da quel momento il popolo, ma sé stessi e le proprie pretese di voler governare il popolo.
Chi può dubitare di ciò non sa niente della natura umana. ...
Bakunin
l'anarchia ai tempi della peste
http://www.arivista.org/
Una riflessione sull’aria che tira, sui tempi che corrono, sulle prospettive di un movimento di trasformazione radicale che deve fare i conti con gli orizzonti cupi di questo primo scorcio di millennio.
Se la spinta alla libertà e all’eguaglianza diviene per i più retaggio di un non rimpianto tramonto, se il mondo che viviamo è l’unico possibile, se la merce segna un’epoca di guerra e di sopraffazione, se le identità si raggrumano tra il ciarpame della nazione e della religione e lo scaffale di supermercato, quali prospettive per l’azione di chi crede possibile e desiderabile un mondo senza servi e senza padroni?
Quello che segue è il testo che ha introdotto un primo confronto, svoltosi nella sede della Federazione Anarchica di Torino il 17 ottobre.
Vi sono città e paesi in cui le persone, di tanto in tanto, hanno il sospetto di altre cose; in generale, questo non ne cambia la vita; soltanto, vi è stato il sospetto, ed è sempre qualcosa di guadagnato.
(Albert Camus, La Peste)
Quest’incontro scaturisce dal desiderio di confrontarsi, al di là delle discussioni pratiche che si fanno ogni giorno, sulle prospettive del nostro agire, come anarchici, come rivoluzionari, come amanti della libertà in un’epoca che vede il tramonto di ogni desiderio di trasformazione sociale di segno libertario.
Quello che proponiamo non è un astratto argomentare che si scinda, con un’operazione di taglia e cuci, dalle asperità dello scontro sociale nel quale siamo immersi, ma mira a cogliere, nel vivo della lotta, le possibilità e le prospettive per una narrazione di segno libertario che non eluda il caos ma vi si immerga per trovare un lessico che sappia ri-farsi comune.
Ci siamo nutriti di universali – i classici che hanno aperto la modernità: libertà/uguaglianza/solidarietà – definendone il senso e la struttura conflittuale – quelli più recenti – che della triade assiologica illuminista hanno distillato i succhi – diversità/molteplicità – ma oggi non sono (più) le leve che definiscono il nostro mondo. L’anarchismo ha puntato sulla possibilità che la cesura moderna potesse essere portata alle estreme conseguenze. Morto dio e tagliata la testa a chi, per diritto divino, si arrogava il potere di dominio assoluto, la critica al potere in quanto tale, anche nella forma morbida della democrazia rappresentativa, pareva a portata di mano. Un’illusione, figlia di certo afflato escatologico difficile da eludere, ma pericoloso nella sua capacità incantatrice, come ogni storia che voglia una sua filosofia. D’altro canto l’idea egualitaria, astrazione giuridica che, sin sul piano formale, ha faticato a conquistare l’universalità pretesa dall’assunto assiologico, lungi dal assurgere alla materialità della relazione sociale, tende a scomparire persino dalla formalità del diritto.
Realtà sociale frammentata
L’inattualità dell’anarchismo è consacrata dallo svuotarsi della modernità che ha trasfigurato i propri postulati nell’estasi della merce, bilanciata da pulsioni identitarie che rimettono in pista gli orrori della nazione e della razza.
L’ipermercato e l’ampolla leghista alle sorgenti del Po sono specchi di una realtà dove libertà è l’accesso alle merci, uguaglianza è la comunione dei simili che si riconoscono escludendo l’altro da se.
Viviamo una realtà sociale frantumata, di cui è cifra la guerra tra poveri, la guerra come orizzonte permanente, quasi senza pareti tra conflitti interni ed esterni.
La trincea della paura ne è il segno distintivo, la metafora più convincente. In trincea non si scorge altro orizzonte che quello segnato dal filo spinato oltre la sponda, dove i nemici sono pronti ad affondare le baionette nella carne viva. Il nemico diventa nemico assoluto, irriducibile ad ogni possibile riconoscimento nell’universalità dell’umano. La stessa nozione di “diritto umano”, sulla quale si giocano formali partite sulla misura della altrui civiltà, diviene alibi di guerra, pur rivestita dalla maschera dell’intervento salvifico, intrinsecamente super partes.
Credere agli incubi può far sì che si realizzino. Viviamo un pianeta dove le risorse disponibili sono dissipate in un delirio d’onnipotenza nell’eternità di un oggi senza domani, immaginato nel continuo ritorno della novità della merce, dove il nuovo è mera tecnica comunicativa che non ambisce ad una proiezione futura. Se a ciò si aggiunge che in grande maggioranza coloro che vivono questo nostro stesso pianeta sono irrimediabilmente esclusi dall’accesso alla merce nella sua materialità ma parimenti investiti dal suo intollerabile portato simbolico, l’immensità del baratro nel quale stiamo scivolando diventa immediatamente attingibile.
Non basteranno gli eserciti, le bombe, le torture, lo sterminio da malattie curabili, i muri armati a difesa della frontiere ad impedire che la guerra arrivi sulle soglie delle linde case di chi abita i luoghi dove ci si ammala perché si mangia troppo.
La peste è alle porte
Quando la peste arriva non si può far altro che rimboccarsi le maniche e lottare con le unghie e con i denti per fermarla, soffocando la tentazione di fuggire dai suoi miasmi ammorbanti. Il nostro agire rischia tuttavia di farsi semplice resistenza, senz’altra prospettiva che quella di rallentare, inceppandolo qua e là, il meccanismo. Se il capitalismo diviene pervasivo come una seconda natura, se lo Stato, ed in generale la gerarchia, definiscono l’orizzonte del possibile e del desiderabile, se oltre non c’è che la follia religiosa, è giocoforza agire sui frammenti di una realtà sociale dimidiata dalla guerra, incapace di nutrire “il sospetto di altre cose”, quel sospetto che forse non trasforma la vita, ma senza il quale non è neppure immaginabile il cambiamento.
Il nostro impegno, come anarchici che attuano ogni giorno la resistenza, non può fare a meno di essere volto a far sì che si manifesti “il sospetto”che vi sia dell’altro, che si possa andare oltre rompendo lo specchio che riproduce all’infinito il nostro oggi.
Stare dalle parte degli oppressi e degli sfruttati è normale, costitutivo del nostro essere anarchici, tuttavia il difficile è nella declinazione del come. Il linguaggio della resistenza è immediato e trova, qua e là, compagni di strada, gente disposta a non chinare il capo, a mettersi in gioco per ostacolare politiche razziste, classiste, sessiste, predatorie. Il conflitto sociale è regolato da strategie di controllo di stampo squisitamente disciplinare. Contrastarle fa parte di una lingua che facilmente si fa comune, che mostra ai più, a chi pensa che la partita sia persa in partenza che è sempre possibile fare qualcosa, è sempre possibile aprire nuovi sentieri. Sebbene il lessico della resistenza trovi qua e là consenso, tuttavia quello della rivoluzione, quello dei liberi ed eguali, delle libere ed eguali, si impantana sempre più.
Come individuare le sottili tracce nel bosco che portano alla radura dove si manifesta “il sospetto che vi sia altro”? Che non basti dirlo lo sappiamo, come sappiamo che le parole che lo dicono suonano false, prive di mordente, irrimediabilmente “passate”. Il nostro futuro, quello che abbiamo imparato ad amare, senza essere – quasi – mai stato attinto, è scomparso dall’orizzonte degli sfruttati e degli oppressi. Moneta fuori corso, usurata dal non uso, non seduce né appassiona. Solo gli artifici della retorica ne conservano una residua credibilità, spesso ancorata ad un narrare di ieri che mantiene un’aura di passione altrimenti sopita, dimenticata, scalzata.
Non ci sono scorciatoie
C’è chi ritiene che il lessico comune che si produce nell’immediatezza della resistenza senza andare oltre, sia un bene, perché in tal modo fonda – sia pur provvisoriamente – la propria irriducibilità alla logica del dominio. Il rischio serio è che fondi parimenti l’inattingibilità della prospettiva anarchica.
Ciò che apre o chiude un orizzonte è la sua desiderabilità, un suo parlare che si faccia narrazione, storia di uno e storia di tanti, humus in cui affondare radici e insieme ascia che taglia i rami morti. Ciò che mette in gioco o getta fuori dall’arena la rivoluzione non è la possibilità di farla, ma il desiderio che si realizzi. In altre parole serve una lingua comune che vada al di là dell’immediato, che sappia sedimentarsi e farsi energia di trasformazione.
Altrimenti si cade nell’illusione che la meccanica possa più della coscienza, che quest’ultima non sia che una derivazione della prima, che la rottura dell’ordine sociale sia la chiave di ogni possibile rottura dell’ordine simbolico.
Talora la materialità di certe fratture – la barricata, la rivolta, lo sciopero ad oltranza, la disobbedienza generalizzata, a volte basta un sasso, un no, un basta – spesso innesca accelerazioni impreviste ed imprevedibili anche sul piano simbolico, o contribuisce ad incrinare altri piani di oppressione, ma difficilmente questo avviene in assenza di una sia pur minima prefigurazione utopica di segno libertario.
Se non so dove andare, andrò in giro senza meta, forse arriverò da qualche parte o forse continuerò a calpestare la stessa polvere di cortile.
Se voglio che tutto cambi, perché sono sfigato, basterà che la sfiga finisca per poter sedere anch’io alla tavola imbandita, tirando calci a chi, come me ieri, sgomitava per arrivare alle briciole.
Chi invece non ha nulla da perdere, non necessariamente vuole far saltare l’assetto del mondo.
Se non voglio più nulla perché penso che tutto mi sia precluso, a volte sfascio tutto: macchine, cabine telefoniche, scuole e strade, la faccia dei poliziotti e quella di qualche sfigato diverso da me. Poi ci saranno folle di sociologi, politici destri e sinistri, che mi vorranno raccontare, infilzandomi nell’ordine dei loro discorsi. Ci sarà anche chi apprezzerà la mancanza di logica e su questo costruirà l’ordine del suo discorso, un ordine fatto di rotture, peccato che, anche lui, finisca con il parlare per me. Che non dico niente. Punto. È successo in Francia, domani potrebbe capitare anche da noi: sapremo evitare la retorica delle periferie in fiamme, la poesia sommessa del caos, per registrare che l’afonia non parla in linguaggio cifrato la rivolta contro lo stato e il capitale? E tanto meno la rivoluzione?
Non ci sono scorciatoie: se si vuole fare il pane occorre impastare acqua, sale e farina. Un’alchimia semplice ma che dice molto a chi sa ascoltarla. Per imparare a farlo occorre provare, per provare serve volerlo fare. Le storie – necessariamente plurali – le si racconta mentre le si fa, le si fa mentre le si racconta.
Non è molto ma forse non c’è altro modo per coniugare l’anarchia ai tempi della peste.
Maria Matteo
un lessico un po piu
un lessico un po piu comprensibile per noi poveri proletari poco acculturati?
differenze
Il fine ultimo del marxismo è l'estinzione dello stato. Quindi marxisti e anarchici hanno identico fine: la dissoluzione dello stato (anarchia). I marxisti pensano che per fare ciò sia necessario impadronirsi dello stato (dittatura del proletariato), tramite le avanguardie comuniste (il partito), e da lì guidare le masse verso il fine ultimo: l'estinzione dello stato. Gli anarchici, sin da Bakunin, pensano invece che ciò non porterà mai alla scomparsa dello stato e che piuttosto si sostituirà una classe dominante con un'altra. Per gli anarchici è necessario dissolvere immediatamente lo stato e sostituirlo con le libere iniziative\associazioni degli individui. Gli anarchici non pensano che la libertà e l'uguaglianza possano giungere tramite una dittatura (dittatura del proletariato) e gli ordini del partito, quanto con il coinvolgimento di tutti gli uomini e e le donne, che devono parteipare alla formazione della nuova società libertaria.
I fatti dimostrano che le avanguardie comuniste (il partito) non dissolvono lo stato, piuttosto lo modificano e lo trasformano (vedi URSS, Cuba e soprattutto Cina)
Approfondimenti: http://ita.anarchopedia.org/anarchismo_e_marxismo
già
( è la prima volta che scrivo e mi dispiace che ci siano solo post vecchi, è un gran bel sito, complimenti :) )
sono stata in bilico tra anarchia e comunismo per tanto tempo e a un certo punto ho deciso di non volerne più sapere niente...
poi un giorno mi sono trovata davanti a un bivio, di nuovo
e lì ho capito che non volevo sfumature, non volevo accettare quello che poteva portarmi a ciò che rincorro io ( stato inesistente )perchè lo faceva in un modo che volevano farmi passare come l'unico possibile... possibile per loro, non per me
e allora ho risentito quella bellissima sensazione di libertà di quando avevo "scoperto" l'anarchia quando ero poco più che una ragazzina
e sta volta la sensazione è ancora più bella
come si fa a pensare di arrivare a un non-stato passando per uno stato autoritario ( che già di per sè lo stato E' autoritario, anche se non una vera e propria dittatura )?
molti "prendono" il comunismo come una via di mezzo per realizzare l'anarchia
eh no
io non ci sto
io queste sfumature finte non le voglio, non mi piacciono e non mi servono
forse non si capisce nemmeno bene quello che ho scritto
mi andava solo di dire che sono felice di aver riscoperto la mia anarchia
e che questo sito mi sta aiutando per rimettere un pò in moto certe idee
un saluto
yamùt
anarchia e comunismo
Io mi sento anarchico ma non comunista. E non perché do a questa parola il significato comune, come i regimi dell'est Europa o per esempio Cuba. Sto parlando di un altro significato. Io non penso che potrei mai privarmi di tutto e vivere in pieno comunismo, condividendo tutto. Faccio un esempio per farmi capire: non vivrei mai in una 'comune' dove tutto viene socializzato. E non perché disprezzi o ritenga sbagliato questo modo di vivere, ma semplicemente perché io lo sentirei soffocante. Io ho bisogno dei miei spazi, e non parlo solo di quelli casalinghi, ho bisogno della mia autonomia. Spesso vedo che nelle esperienze comuniste libere, e cioè non statali, la comunità, che si può esprimere attraverso l'assemblea o in altre forme, alcune volte può essere totalizzante, terribilmente condizionante.
Mi si potrebbe obiettare che qui si sta parlando di una società ipotetica e non di una singola esperienza del giorno d'oggi o passata.
Io però risponderei 'tanto peggio!'. Un'intera società transnazionale comunista? Improbabile e non augurabile. Primo perché non può esistere una società in cui c'è un solo modello economico-sociale. In tutte le società, compresa quella attuale, pur dominando un modello, per noi quello capitalista-statale-militare, coesistono altri modelli, anche se assoggettati ed influenzati da quello dominante. Come possiamo noi pensare di costruire ed augurarci una società in cui tutti dovranno vivere secondo un unico modello comunitario, viverci, lavorarci, etc...
Io penso ad una società in cui venga abolito il lavoro salariato, in quanto fonte di sfruttamento, il potere statale con i suoi strumenti coercitivi, in cui vengano socializzate le grandi ricchezze ed i grandi mezzi di produzione e gestiti collettivamente, ma allo stesso tempo una società in cui possa esistere la proprietà individuale(quella piccola) e l'iniziativa individuale, la proprietà collettiva, il mercato, anche se controllato dalla collettività attraverso i suoi organi di autogoverno. Insomma una società che cerchi di eliminare lo sfruttamento e l'oppressione, ma che nel far questo non dia tutto il potere alla comunità ed ai suoi organismi di autogoverno, qualsiasi essi siano, ma li controbilanci con la libertà inviolabile dell'individuo.
riccardo
Anarchia
Il termine esatto con il quale si identifica l'anarchia e' stato senza governo e senza ordinamenti sociali.In un certo senso cio' significa stato libero.Anche io sono anarchico ma non sono comunista perche' in definitiva il comunismo come il fascismo e' sempre una forma di potere.Anarchico significa libero,libero da imposizioni e libero da poteri di destra e di sinistra.Questo e' il vero significato dell'anarchia.
anarchia e individuo
Se ce ne fosse bisogno,vorrei ribadire a titolo di premessa che comunismo ed anarchia sono due concetti per me incompatibili.Non so quindi che significhi quanto riscontrato in molti siti in merito ad una presunta appartenenza all'anarchia di gruppi anarco-comunisti.Prescindendo dalle differenze storiche di pensiero e azione (Marx-Bakunin.....),io individuo l'anarchia principalmente come uno stato spirituale e fondante dell'essere che soffre di tutti i pali e paletti che la società impone all'individuo.Le proibizioni e le regole sono ormai tante da rendere impossibile una vita normale,almeno per chi non accetta passivamente la costante limitazione dela libertà individuale.Vista la continua manipolazione che subiscono quotidianamente le coscienze,il resistere a quest'opera di demolizione e conservare lo spirito critico e la libertà interiore è già molto.Restare immuni alle costruzioni ideologiche (l'anarchia non è mai un'ideologia ,ma ripeto, uno stato dell'essere)di qualsivoglia parte,vedere le cose come sono caso per caso,senza dogmi precostituiti,credo sia il primo passo di uno spirito libetario.Dopo cominciano i problemi,il cosidetto che fare,a cui io,sinceramente,non so dare oggi risposte concrete,ammesso che ce ne siano.L'unico esperimento anarchico riuscito,almeno per un certo tempo,è stato quanto realizzato a Barcelona,durante la guerra civile spagnola,dai gruppi anarchici sotto la guida di Durruti,Berneri e molti altri della FAI.Non sappiamo se sarebbe poi durato,ma resta una tappa gloriosa del movimento anarchico internazionale.Purtroppo,e questo è un altro motivo di avversione ai comunisti (patetici epigoni compresi),non posso non ricordare chi boicottò nei fatti questo esperimento è fucilò decine di anarchici,che erano gli unici a combattere nel fronte nord.Devo dire che queste vicende mi son sempre rimaste nel cuore,forse perchè si e visto per la prima volta realizzata concretamente l'idea anarchica.Tornando a noi,e considerata l'attuale situazione mondiale,non saprei proprio cosa proporre di fare,se non conservare comunque per tempi migliori quello stato del'essere di cui parlavo prima oltre ad esercitarlo quotidianamente..Resistere,come qualcuno ha detto qui in un post,è un po' poco,mi rendo conto,così come azioni di tipo estemporaneo,ma tant'è,io vedo poco altro per il momento.Saluti a tutti gli anarchici.
Comunismo e Anarchia
Il comunismo (marxista)è per sua natura autoritario in quanto prevede la dittatura del proletariato (la dittatura della classe operaia su tutte le altre) mentre l' anarchia è antiautoritaria e prevede la concordia tra tutte le classi sociali.Il difetto di questo sistema è lo sviluppo della burocrazia (commisari politici et similia) e degli organi di controllo del Partito che di fatto sostituiscono la borghesia e duplicano le strutture tipiche di uno stato borghese. Dalla padella alla brace insomma si tratta solo di sostituire una classe dominante con un altra!